La polvere del mondo

“Sono molto spiacente, amici, – disse in francese – ma vi ci vorrà un soldato di scorta fino a Maku: è la legge. Non è lontano … del resto, ve ne darò uno piccolo piccolo.
Dove lo andava a cercare? Il posto di guardia era silenzioso e sembrava deserto. Scomparve col lume lasciandoci al buio, e ritornò un attimo dopo assieme a una specie di nano mongoloide, con le gambe fasciate da mollettiere e il viso tagliato da un sorriso dolcissimo.
– Ecco qua! – disse spingendolo verso di noi come se lo avesse tirato fuori dalla sua pantofola.La polvere del Mondo
Facemmo sedere il nanetto sul cofano. Io guidavo lentissimamente su una pista stretta e cedevole. Thierry, appollaiato sul sedile del passeggero, accendeva sigarette per il soldato che cantava, con gli occhi semichiusi, una specie di ritornello, emanando a tratti un forte odore di pecora. Sulla nostra sinistra, i fianchi dell’Ararat alzavano nella notte un muro di più di cinquemila metri. Ma mano che ci avvicinavamo, l’aria diventava più calda. Nuvole parigine correvano sopra una luna di seta. Schiacciando la sabbia, le ruote facevano un interminabile e profondo respiro, mentre i ricordi della dura Anatolia si scioglievano come zucchero nel tè.”
(La polvere del Mondo – Nicolas Bouvier)

Salvate il gatto Tom

 

Oramai non dava segni della sua presenza da più di 24 ore.

Quel maledetto cortile era come se lo avesse inghiottito.

O meglio, i cortili del circondario l’avevano inghiottito e forse anche digerito..

E la cosa poteva sembrare meno strana visti i cagnacci che ci stavano.

Dopo avere scrutato dall’alto, dopo avere ispezionato palmo per palmo i vicoli e sbirciato dai portoni dei cortili..

Mi arrendo.

Tom è introvabile.

Un classico caso da “Chi l’ha visto?..”

Opto per la carta della disperazione.

Ci fosse la buonanima di Molletta, con le sue infinite e potenti conoscenze…

Ma c’è Freedom!Il vecchio Freedom

Ricordo benissimo che imitava il semiguercio alla perfezione. Tanto che Lui si incazzava come un drago e da lì partivano litigate a non finire.

Che tempi..

Ma ora non c’è tempo da perdere.

M’attacco al telefono e chiamo Freedom.

Gentilissimo e disponibile come al suo solito, lascia la rilettura dei Quaderni del Carcere di Gramsci, butta la canna, scola la pinta di birra e si precipita a casa mia.

Gli spiego qual è la situazione attuale e il piano da me ideato.

Quando morì Molletta non comparve nulla sulla stampa e nei Tg nazionali, solo una semisconosciuta associazione neofascista porse le sue sentite condoglianze al camerata scomparso lodando le doti del suo maestoso e duro fascio littorio..(?)

Ma sia Freedom che io sospettammo subito che dietro si nascondesse una delle sue numerosi amanti.

Il piano prevede quindi che si chiami, a nome di Molletta, l’alto commissario per la Protezione Civile e chiedergli pertanto che si attivi immediatamente e con tutti i mezzi a disposizione per la ricerca del povero Tom.

Siamo nelle mani di Freedom e nella sua riconosciuta capacità di imitare Molla..

Chiamiamo dal cellulare di Molletta il Sottosegretario Bertolaso.

La scena è comica e commovente allo stesso tempo.

Freedom che imita Molletta al telefono è spassoso sia per la mimica facciale (musale si potrebbe dire?) che per il lessico, oltre ovviamente al fatto che imita la voce della buonanima in maniere pressoché perfetta.

Ma allo stesso commuove il ricordare Molletta nei suoi tipici atteggiamenti, anche se da vivo detestavamo questo suo modo di fare indisponente e da arrogante e … ma si, direi pure un tantino mafioso.

Elicotteri rombano sopra le nostre teste, enormi fuoristrada corrono tra le strette stradine e i vicoli del paese, stridono le sirene delle ambulanze e delle forze dell’ordine.

Dai megafoni vengono impartiti ordini e direttive ai volontari.

La radio invitta la popolazione tutta a mantenere la calma, non farsi prendere dal panico e collaborare.

La potenza di Molletta..dico io sospirando estasiato.

E della P2, dice Freedom digrignando i denti e più prosaicamente..

Una sgommata mi fa voltare, giusto in tempo per vedere l’arrivo di due camionette mimetiche dalle quali scendono con un balzo diversi cani e i loro addestratori in anfibi e tenuta antisommossa.

Sono i gruppi cinofili..

E mi cojoni!

Dico, stiamo cercando un gatto!

Ma che, ci mettiamo ad annusarlo i cani?

Ma non siamo ridicoli!

Non cadiamo nella farsa!

Una improvvisata ronda di cittadini ultrasettantenni, due nonni vigile e Luca Barbareschi vengono allontanati con ignominia perché ritenuti inutili e dannosi allo scopo.

Anche due cittadini immigrati Cinesi vengono disillusi perché, essendo gestori di un ristorante, sarebbero in conflitto d’interessi.

Nel frattempo e per tutta la durata delle operazioni, Freedom resta in costante contatto telefonico con l’Alto commissario Bertolaso.

La tensione che andiamo accumulando sempre di più viene stemperata da due gustosi aneddoti.

Il primo riguarda la scheda telefonica di Molletta, che risulta intestata al Ministero della Difesa e pertanto con un utilizzo di credito illimitato e questo ancora a sette mesi dalla sua dipartita.

Come confermano i numerosi sms, rinvenuti nella memoria del cellulare, inviati dal Dipartimento dei Servizi Segreti del Ministero.

Il secondo, che mi fece sbellicare dalle risate sino al pianto, avvenne per un eccesso di zelo di Bertolaso che volle passare la comunicazione per un breve saluto al Presidente del Consiglio, col quale si trovava al momento in visita nelle zone terremotate dell’Abruzzo.

Le urla e gli improperi di Freedom rivolti al Capo del Governo fecero per un attimo bloccare le operazioni di ricerca dello scomparso.

I Vigili del Fuoco ed i volontari della Protezione Civile, infatti, si fermarono domandandosi se fosse in arrivo uno tsunami anziché un terremoto od un uragano tropicale.

Poi le ricerche ripresero celermente sino al calar delle tenebre, per poi essere interrotte definitivamente.

Osservavo sconsolato gli uomini ritirare le attrezzature, rimettere al loro posto i crocifissi, togliersi gli stivali, i guanti, i preservativi, i caschi e accendendosi l’ennesima sigaretta scuotono stanchi la testa in segno di resa.

Nulla.

Scomparso nel nulla.

Osservo la scena stranito.

Freedom mi saluta e mi abbraccia come al solito cordialmente pregandomi di venirlo a trovare presto e di portare anche quella ragazza, alla quale aveva dato subito confidenza e con la quale aveva voluto immortalarsi in una foto, che a lui piaceva tanto e non vedeva da tempo.

Ovviamente non gli dico che non la rivedrà mai più.

Dopo una notte insonne ha smesso di piovere.

Porto fuori la moto dal garage, voglio fare un giro per non pensare agli ultimi avvenimenti.

Apro il cancello, mi metto il casco, inserisco la prima e sto per lasciare la frizione…

Quando da dietro un’auto parcheggiata..

Sbuca fuori lui, lo scomparso più ricercati d’Italia.

Si siede sul marciapiede e aspetta che gli apra il cancello.

Resto di sasso.

Sbadiglia, miagola e si struscia sui miei pantaloni.

Io urlo…ma dove cazzo eri!?

Apro il cancello gli do un calcio in culo salgo sulla moto e vado via.

I gatti…

 

(vecchi scritto riproposto in memoria di Freedom)

 

 

 

 

Hellò, Monsiur Pennac

È  stato un bel leggere, leggere la Prosivendola.La prosivendola

Sempre piacevole e coinvolgente la sciroccata famiglia dei Malaussène.
Una recente discussione fra amici mi ha, però, posto un tarlo in testa.
Aleggia per davvero del misticismo, del trascendentale nel racconto?
Un messaggio quasi “subliminale” percorre silente le pagine del libro?
Perplesso, incapace di dare  (e darmi) una risposta, decido di interrogare chi, colui che questa risposta non può negarmela. Daniel Pennac.
Controllo affannosamente nella rubrica telefonica di Molletta  (che il Signore l’abbia sempre in gloria) e trovo il numero di casa Pennacchioni.
Compongo con malcelata frenesia il numero.
E quello che segue è il resoconto fedele della telefonata..Pennac:hellò
Paolo:ehh.. bon jour, monsieur Pennacchioni. Comment ça va!
Pennac:e.. bien , bien . Ca va bien..
Pausa…
Pennac:votre nom, pardon?
Paolo:oui, je m’appelle Paolo Dodero. Je souis en des votres lecteurs…italienne  (sottovoce e con un accenno di vergogna, visti i tempi)
Pennac:italienne? Ma allora,  nous parlons en italienne
Paolo:ma bene professeur, d’altronde il mio francese scolastico sa tanto di Totò e Peppino.. (rido di gusto..)
Pennac:…. (non raccoglie evidentemente)
Pennac:alors, mon ami…dimmi, a che devo questa telefonata?
Paolo:ecco, professore si discuteva fra amici, tutti suoi affezionati lettori, su alcuni aspetti del suo romanzo “La Prosivendola”.  Quello che ci ha lasciato perplessi, che diciamo..non ci ha convinto, è la “resurrezione” di Benjamin. Perché secondo noi di resurrezione si tratta.
Encefalogramma piatto, un tunnel gli percorre il cervello. Coma irreversibile.
E non bastando ciò, gli espiantano i reni per poi impiantargli un po’ tutti gli organi interni.
E senza l’ombra di rigetto. Un pochino troppo direi.
Un miracolo professor Pennac. Mi creda, ai nostri occhi si è presentato l’inverosimile che gioca a superarsi con l’incredibile.
La nostra preoccupazione, professore, è che con l’arma del grottesco si voglia, si sia voluto far passare – non ce ne abbia – un sottile messaggio. E che questo messaggio sia a sua volta portatore di istanze legate ad una certa corrente di pensiero, ben definita e definibile.
Quella filosofia morale della vita che la reputa non un bene che appartiene all’uomo, ma di un dono datoci, concesso da un’entità suprema e che pertanto solo la stessa può togliere. Negando pertanto all’individuo ogni possibilità di scelta in merito al termine di quanto dato.
Valori insiti nel Cristianesimo e portati avanti con intransigenza da movimenti, come quello per la vita.
E tutto ciò, a nostro avviso, è antiscientifico e dogmatico.
Pur no arrivando a pensare  “all’alzati Lazzaro!” di evangelica memoria..però.
Per farla breve, professore, il povero Benjamin a seguito della pistolettata sarebbe dovuto morire.
La cosa dispiace, ovviamente. Capisco anche che il tutto rientrasse in un quadro narrativo e avesse una sua logica nello svolgersi della storia.
Ma non si poteva, permetta, salvare capra e cavoli?
Omettere quel “coma irreversibile”. “Encefalogramma piatto”.
Si sarebbe potuto, per esempio, mandare il buon Benjamin in coma farmacologico. In stato comatoso vigile.
Far compiere al proiettile una traiettoria leggermente diversa. Bastavano pochi millimetri, cazzo!
E non saremmo stati qui al telefono, con una onerosa interurbana, a discutere.
E anziché scavare un tunnel nella Malaussène testaccia, avrebbe potuto aprirsi un minuscolo pertugio. Giusto quel tantino da creare un danno grave si, ma non devastante.
Si è preferito, invece, giocare tra il dualismo professionale dei medici Berthold  e  Marty.
Il primo dipinto come l’archetipo dello scienziato tout court, razionale e decisamente cinico. E diciamolo pure, antipatico. Il che gioca a favore della tesi dell’accusa.
L’altro il medico dotato di umanità e di fede  (?).
Che non si rassegna e non perde la speranza. Neanche davanti a quello che è a tutti gli effetti un corpo privo di vita.
“La morte è un processo rettilineo”.
Così lei, professor Pennacchioni, scrive. Ma non per tutti, mi sento di aggiungere. Per alcuni è meno rettilineo, devia, ci gira attorno. Se non addirittura compie un’inversione a U.
Pennac:….Pennac
Paolo:….
Pennac:mon ami, vous non avez compris un cazzo..
Paolo:
Pennac:conosco i vostri problemi. Quelli che avete con il Vaticano, con il clero, con l’ingerenza della religione nella vita politica e sociale del vostro sventurato Paese. Ma, amico mio, voi dimenticate che io sono francese. La Francia, mon dieu, ne pas l’Italie!
Paolo:oui, professerur. Ma io penso..
Pennac:no, mon ami, non pensare. Leggi bene e sino in fondo. Non devi pensare ma capire. Non pensare con la mente impregnata dai tuoi preconcetti e dalle tue paure
Paolo:oui…
Pennac:paure da Italiano.
Paolo:ma quello che leggo…quello che scrive…en définitive..
Pennac:“Sono allergico a qualsiasi superstizione, a cominciare da quelle ufficiali, quelle che si nutrono di pane azzimo, che spruzzano acqua santa e fondano civiltà.”
Paolo:
Pennac:vous savez, mon ami, chi ha scritto queste parole?
Paolo:oui, professerur.. vous avez été
Pennac:e pertanto, vi pare possibile quanto mi si accusa?
Paolo:veramente, professore, sono confuso. Da un lato vorrei credervi. Dovrei credervi. Ma i dubbi e la confusione restano..
Pennac:credi tu, mon ami, che avrei davvero fatto morire il buon Benjamin?
Paolo:no
Pennac:credi che “La prosivendola” fosse un trattato sul termine della vita? O sull’accanimento terapeutico?
Un saggio sul dono divino della vita. Un invitto alla speranza ed alla provvidenza?
Paolo:ma no, professeur.. no
Pennac:pag. 302 del  libro; “La vita non è un romanzo, lo so… lo so.”
Paolo:letto..
Pennac:par conséquent, si la vie ne pas un roman, un romanzo non rappresenta la vita. C’est ça mon ami?
Paolo:bien, accetto la sua versione. Anche se parzialmente insoddisfacente
Pennac:e sti cazzi, mon ami!
Paolo:
Pennac:sta a voi crederci o meno. Adieu mon ami..
E stacca …
Avrei voluto dirgli un’ultima cosa. Insignificante per lui, una curiosità.
In Cagliaritano culo si dice “proso”.
Deduco pertanto che La prosivendola sarebbe colei che vende il culo…
Au revoir

Piccoli suicidi..

L’investigatore capo, stanco, pensò che l’interrogato è come una cipolla, e l’interrogatorio come la sua sbucciatura.Piccoli suicidi
Una volta eliminata la menzogna che avvolge un individuo, viene fuori la verità immacolata.
E della cipolla sbucciata la sua polpa gustosa e salutare. In entrambi i casi a chi sbuccia viene da piangere…così è la vita. E va a finire che affettiamo e rosoliamo in padella.
(..) lo zelante inquisitore crollò sul pavimento, la sigaretta gli bruciò le dita, dalla bocca fuoriuscì un rivolo di sangue.
Pensò che era la fine. In un certo senso fu un sollievo. Non serviva il suicidio.
La morte veniva comunque a riprendersi il  suo.

(Piccoli suicidi tra amici – Arto Paasilinna)

 

On The Road

(…) mi stavo preparando per andare in Messico quando improvvisamente una notte ricevetti una telefonata di Denver Doll che mi disse: “Bè, Sal, indovina chi viene a Denver?”.
Non ne avevo la minima idea. “Corre voce che sia già in viaggio. Dean ha comprato una macchina e sta venendo a raggiungerti.” All’improvviso ebbi una visione di Dean, un terribile Angelo bruciante e tremante, che arrivava palpitando verso di me lungo la strada, che si avvicinava come una nuvola a velocità incredibile, che mi inseguiva come il Viaggiatore Velato nella pianura, che mi piombava addosso. Vidi la sua faccia sopra le pianure, enorme, fissa nella sua espressione di testarda decisione, con gli occhi scintillanti; vidi le sue ali; vidi il suo carro malandato da cui si sprigionavano migliaia di fiamme e scintille; vidi il sentiero bruciato che tracciava sopra la strada; se l’apriva addirittura da se, la strada, sopra i campi di granturco, attraverso le città, distruggendo ponti, prosciugando fiumi. Arriva nel West come un castigo. Capii che Dean era impazzito di nuovo. Non c’era più nessuna possibilità che mandasse soldi alle due mogli se aveva prelevato tutti i risparmi dalla banca e si era comprato una macchina. Tutto era perduto. Dietro di lui, rovine carbonizzate e fumanti. Correva di nuovo verso ovest sopra il terribile continente gemente, e presto sarebbe arrivato. Facemmo per lui frettolosi preparativi. Correva voce che mi avrebbe portato in Messico con la sua macchina.
“Credi che mi permetterà di venire con voi?” mi chiese Stan sgomento.
“Gli parlerò io” risposi duramente. Non sapevamo che cosa aspettarci. “Dove andrà a dormire? Cosa mangerà? C’è qualche ragazza per lui?” Era come se stesse per arrivare Gargantua; bisognava prepararsi ad allargare le fogne di Denver e a ridimensionare certe leggi per adattarle alla sua corporatura sofferente e all’esplosione delle sue estasi.
Da queste poche righe si desume il corpo e la forza che traspirano dalle pagine di questo libro.jack-kerouac-sulla-strada
Impossibile, anche brevemente, tracciarne un itinerario di lettura. Di un libro che non descrive un itinerario di viaggio, ma il viaggiare di per se.
Resta impressa dopo averlo letto l’immagine di questi cattivi ragazzi apripista di una generazione, e la descrizione dei paesaggi, delle città e delle genti di un grande Paese. L’America del primo dopo guerra, con le sue miserie e contraddizioni.
Ben lontana da quella luccicante e ricca che fa parte del nostro immaginario.
Evito ogni riferimento alla beat generation, e altri ancora. Il libro è troppo conosciuto e recensito perché io mi cimenti con difficili equilibrismi su questi argomenti.
Alcool e droga sono i cointerpreti del romanzo. E contribuiranno negli anni che varranno alla precoce scomparsa dei protagonisti.
È sufficiente soffermarsi sull’immagine che ho di Dean (Neal Cassady) che corre forsennatamente per mezza America al solo scopo di raggiungere Sal (Jack Kerouac), descritta magistralmente con le frasi con le quali inizio il mio post. Questa è amicizia, amicizia vera.
E forse rappresenta il senso stesso del libro.
Una curiosità. On the road fu scritto in tre settimane su di un rotolo di carta, di getto. Questo valse a Kerouac, da parte di qualcuno, l’appellativo di dattilografo.
Non è possibile concludere senza citare una frase simbolo di questo libro..

  “Dobbiamo andare e non fermarci finchè non siamo arrivati”
“Dove andiamo?”
“Non lo so, ma dobbiamo andare”
Sulla strada (On the road – 1957) – Jack Kerouac